Il tema del salario è tornato di attualità per la sovrapposizione di tre filoni: il disegno di legge sul salario minimo in audizione alla Camera, il negoziato tra sindacati e associazioni d'impresa sul cosiddetto salario giusto e i dati Istat sul potere d'acquisto. La domanda di fondo è semplice: le retribuzioni italiane riescono ancora a tenere il passo dei prezzi? Le risposte disponibili indicano di no, ma con differenze importanti tra settori e tra contratti. Le prossime slides ricostruiscono i fatti e i numeri, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora in trattativa.
Il 21 ottobre 2026 la Commissione Lavoro della Camera ha ascoltato Confcommercio, Coldiretti e Confagricoltura sul disegno di legge in materia di salario minimo. Per Confcommercio, rappresentata da Mauro Lusetti, la strada corretta è valorizzare la contrattazione collettiva sottoscritta dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, perché la tutela del lavoratore non può ridursi a una soglia retributiva oraria. Le associazioni agricole hanno portato in audizione le specificità dei propri comparti. Il confronto resta aperto e le posizioni delle parti non sono ancora convergate.
Nella stessa discussione i sindacati hanno indicato una direzione diversa dal salario minimo legale inteso come semplice soglia oraria. Le richieste riportate riguardano un taglio strutturale dell'Irpef, la detassazione dei premi di risultato e della tredicesima, incentivi per le imprese che applicano i contratti di riferimento e un contrasto più efficace al lavoro sommerso. Sono proposte di natura fiscale e contrattuale, non solo retributiva. Il punto comune è che l'intervento pubblico venga usato per sostenere i redditi senza sostituirsi alla contrattazione.
In parallelo è in corso un negoziato tra tredici associazioni d'impresa, tra cui Confindustria e Confcommercio, e Cgil, Cisl e Uil per un nuovo accordo sulla contrattazione. La bozza prevede una clausola di garanzia con recupero automatico dell'inflazione a scalini: il 30% dell'IPCA-NEI dopo tre mesi senza rinnovo, il 50% dopo sei e il 90% dopo nove. L'IPCA-NEI è l'indice dei prezzi al consumo armonizzato per l'Unione europea al netto dei beni energetici importati, usato come riferimento per misurare l'inflazione rilevante per i salari. Le bozze non sono definitive e i valori citati sono quelli in discussione, non un esito stabilito.
Uno studio di Banca d'Italia pubblicato nel 2026 nei Quaderni di economia e finanza (QEF n. 1070) ha analizzato i 50 contratti collettivi nazionali più rappresentativi del settore privato non agricolo. Tra il 2000 e il 2025 le retribuzioni tabellari sono aumentate del 61,2% in termini nominali, ma sono diminuite dell'1,3% in termini reali, cioè al netto dell'inflazione. Le retribuzioni di fatto per dipendente sono cresciute di quasi il 60% nominale e sono calate del 2,5% reale. La perdita di potere d'acquisto risulta più marcata nei servizi privati, a causa dei ritardi nei rinnovi, mentre la contrattazione di secondo livello ha in parte compensato.
Nell'audizione sul Documento di programmazione economico-finanziaria del 12 ottobre 2026, l'Istat ha indicato che tra il primo trimestre 2021 e il secondo trimestre 2026 le retribuzioni di fatto hanno perso il 9,4% di potere d'acquisto e quelle contrattuali il 9,3%. La perdita varia per comparto: -6,8% nell'industria, -11,2% nei servizi privati e -10,1% nella pubblica amministrazione. Nel secondo semestre 2026, secondo l'Istat, la fase di recupero del valore nominale delle retribuzioni contrattuali si è interrotta. Sono dati di fonte statistica ufficiale, non stime di parte.
Un'elaborazione ripresa dal Foglio sui dati Istat indica che tra il 2019 e il 2025 le retribuzioni contrattuali reali orarie sono calate del 7,24%, con una produttività quasi ferma a -0,15%. Nei settori del commercio, trasporti, alberghi e ristorazione la perdita arriva al 9,14%. Su un arco più lungo, dal 2015 al 2025, le retribuzioni sono cresciute del 14,2% contro un carovita del 22,6%, con un potere d'acquisto inferiore dell'8,4% in dieci anni. Sono cifre che misurano lo stesso fenomeno da angolazioni diverse e vanno lette come tali, non sommate tra loro.
Le valutazioni sulla stagnazione salariale italiana non sono del tutto concordi. Alcune analisi parlano di salari italiani quasi stabili dal 1990, con una crescita del 36% nella media dell'Unione europea come termine di paragone. I dati Istat più recenti indicano invece un calo reale netto negli anni considerati. La differenza dipende in buona parte dal periodo scelto, dagli indici usati e dal fatto che si guardino retribuzioni contrattuali o retribuzioni di fatto. Chi legge questi numeri dovrebbe verificare sempre l'intervallo temporale e la definizione adottata.
L'Italia resta tra i cinque Paesi dell'Unione europea privi di un salario minimo legale, insieme ad Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia. In questi sistemi le soglie retributive sono affidate alla contrattazione collettiva tra le parti sociali. Il disegno di legge in discussione alla Camera va letto in questo contesto: non si tratta di un istituto già esistente da modificare, ma di una possibile innovazione nel modello italiano. La scelta tra soglia legale e contrattazione è il nodo politico della discussione.
Un rapporto Eurofound ripreso dall'Espresso nel 2026 offre elementi utili al confronto. Secondo il rapporto, un aumento dell'1% del salario minimo è associato a una crescita dello 0,31% per il 25% dei lavoratori meno pagati. Lo stesso rapporto rileva che i salari minimi nazionali non sembrano scoraggiare la contrattazione collettiva e che il divario mediano rispetto ai minimi contrattuali è sceso dal 7,9% nel 2015 al 3,6% nel 2025. Sono risultati riferiti ai Paesi analizzati dall'indagine, non una previsione automatica per l'Italia.
Sul piano normativo esiste già un intervento approvato: il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62 in materia di salario giusto, convertito con modificazioni dalla legge 25 giugno 2026, n. 112, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 27 giugno 2026. Il provvedimento si inserisce nella linea che punta sulla contrattazione collettiva come strumento centrale. Per chi vuole seguire la discussione è utile distinguere tra questo testo già in vigore e il disegno di legge sul salario minimo ancora in esame. Sono due iter diversi e non vanno confusi.
Il ministro del Lavoro Calderone ha indicato nel 2026 la volontà di proseguire, anche nella prossima Legge di Bilancio, con la tassazione agevolata al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali. Si tratta di una misura fiscale che interviene sul netto in busta paga, non sull'importo lordo stabilito dal contratto. La sua efficacia dipende da come viene disciplinata e da quali aumenti rientrano nell'agevolazione. Al momento è un orientamento dichiarato, non una norma già approvata per il prossimo esercizio.
Gran parte della confusione nasce dal linguaggio tecnico. Una retribuzione nominale è l'importo in euro scritto nel contratto o pagato in busta paga; una retribuzione reale è lo stesso importo depurato dall'aumento dei prezzi, e quindi misura quanti beni e servizi si possono effettivamente acquistare. Se il salario nominale cresce del 10% ma i prezzi salgono del 15%, il salario reale diminuisce. Per questo un contratto può prevedere aumenti e allo stesso tempo registrare una perdita di potere d'acquisto, come mostrano i dati citati.
Un'altra distinzione utile riguarda le retribuzioni tabellari e quelle di fatto. Le retribuzioni tabellari sono i minimi fissati dal contratto collettivo nazionale; le retribuzioni di fatto comprendono tutto ciò che il lavoratore riceve effettivamente, inclusi i premi e gli istituti previsti dalla contrattazione di secondo livello. Banca d'Italia rileva che le seconde hanno tenuto meglio delle prime in alcuni periodi, proprio grazie alla contrattazione aziendale o territoriale. Questo spiega perché due statistiche sullo stesso Paese possono raccontare storie leggermente diverse.
La tempistica dei rinnovi contrattuali ha un effetto concreto sul potere d'acquisto. Se un contratto scade e viene rinnovato con anni di ritardo, gli aumenti arrivano quando i prezzi sono già saliti e il recupero è solo parziale. Banca d'Italia collega proprio ai ritardi nei rinnovi la perdita più marcata nei servizi privati. La clausola di garanzia allo studio tra sindacati e imprese nasce da questo problema: introdurre un meccanismo automatico che scatti dopo un certo numero di mesi senza accordo. I valori percentuali ipotizzati restano però una proposta.
La contrattazione di secondo livello è quella che si svolge a livello aziendale o territoriale, integrando quanto stabilito dal contratto nazionale. Secondo Banca d'Italia ha in parte compensato la perdita di potere d'acquisto là dove è stata utilizzata. Questo la rende uno strumento utile ma non uniforme: dipende dalla presenza di un'impresa o di un territorio in grado di negoziare e di distribuire aumenti legati ai risultati. Nei settori con molte piccole imprese o con lavoro sommerso, la sua diffusione è più difficile. Per questo i sindacati affiancano alla contrattazione la richiesta di incentivi e di contrasto al lavoro irregolare.
I dati citati mostrano una produttività quasi ferma, con una variazione del -0,15% tra il 2019 e il 2025 secondo l'elaborazione ripresa dal Foglio. In termini generali, la crescita della produttività è una delle condizioni che permettono aumenti salariali duraturi senza pressioni sui prezzi. Se la produttività non cresce, il recupero salariale deve passare da altre leve, come la riduzione del cuneo fiscale o la redistribuzione. Questa è una chiave di lettura economica, non un dato puntuale: il legame tra i due fenomeni va verificato caso per caso.
Il confronto europeo aiuta a inquadrare la posizione italiana. Da un lato l'Italia è tra i cinque Paesi senza salario minimo legale, dall'altro ha una tradizione di contrattazione collettiva molto estesa. Il rapporto Eurofound indica che nei Paesi con salari minimi legali questi non hanno scoraggiato la contrattazione e che il divario rispetto ai minimi contrattuali si è ridotto. Non emerge quindi un modello unico migliore in assoluto: il risultato dipende da come lo strumento si integra con il sistema di relazioni industriali esistente. Per l'Italia la questione è se una soglia legale rafforzerebbe o indebolirebbe la contrattazione.
I dati per comparto mostrano che la perdita di potere d'acquisto non è uniforme. Secondo l'Istat, tra il primo trimestre 2021 e il secondo trimestre 2026 il calo è del 6,8% nell'industria, dell'11,2% nei servizi privati e del 10,1% nella pubblica amministrazione. L'elaborazione ripresa dal Foglio segnala una perdita del 9,14% in commercio, trasporti, alberghi e ristorazione tra il 2019 e il 2025. Questi settori sono anche quelli con più bassi livelli retributivi e maggiore presenza di piccole imprese. La discussione sul salario minimo riguarda soprattutto questi lavoratori, che la contrattazione riesce a coprire meno.
Nei prossimi mesi ci sono alcuni passaggi da seguire per capire come evolve la questione. Il primo è l'esito dell'esame del disegno di legge sul salario minimo alla Camera, dopo le audizioni delle parti sociali. Il secondo è la conclusione del negoziato sulla clausola di garanzia tra tredici associazioni d'impresa e Cgil, Cisl e Uil, di cui oggi esistono solo bozze. Il terzo è la Legge di Bilancio, dove potrebbe trovare spazio la tassazione agevolata al 5% sugli aumenti da rinnovo indicata dal ministro Calderone. Per ciascuno di questi passaggi conviene verificare il testo effettivamente approvato, perché le proposte in discussione non coincidono con le norme in vigore.